mercoledì 4 maggio 2011

La NASA non smette di pensare in grande: il distributore spaziale di carburante è in arrivo


Arriva dagli Stati Uniti il progetto grazie al quale gli Shuttle potranno finalmente far rifornimento di idrogeno ed ossigeno in orbita, con la creazione di questo nuovo distributore spaziale di carburante la Nasa continua a sorprenderci sempre di più e non smette di pensare in grande.

Benchè le missioni degli Shuttle,a breve giungeranno al termine, è decollata proprio la scorsa settimana la navetta spaziale Endeavour, che porterà l'italiano Roberto Vettori sulla stazione spaziale internazionale AMS per il suo ultimo viaggio.

La geniaile idea ha preso ispirazione proprio da questa missione; con la realizzazione di questo distributore, che non sarà un benzinaio, ma un deposito di ossigeno ed idrogeno liquidi, propellenti utilizzati per i razzi; potremmo disporre diversi punti di rifornimento, grazie ai quali sarà possibile pensare a missioni di lunga durata ( come ad esempio arrivare fino a Marte).

Tali distributori ridurranno in modo sostanziale il peso delle navette, che potranno partire con i serbatoi mezzi vuoti e far rifornimento nello spazio, attenuando in questo modo le difficoltà del lanci da terra.

La NASA ha proposto così, in Space Cryogenic Propellant Storage and Transfer Demonstration Mission Concept, lo studio per la creazione di questi nuovi punti di rifornimento, si ha tempo fino al 23 maggio 2011 per proporre svariate soluzioni, che però dovranno garantire: un trasferimento sicuro dalla stazione spaziale ai veicoli, dimostrare di saper conservare i due propellenti (idrogeno ed ossigeno) per lunghi periodi, rimediare alle perdite di quest'ultimi e all'ebollizione dell'ossigeno liquido in condizioni di microgravità e le soluzioni ai principali problemi di questo progetto.

Un'idea di questo tipo potrebbe far gola addirittura alle compagnie commerciali, fin tanto da poter far nascere una catena di distributori spaziali. La spesa " gravita" intorno ai 200/300 milioni di dollari; a voi la sfida.


di Camilla Lombardozzi


lunedì 2 maggio 2011

L'universo: creazione divina, o miracoli della scienza? Le domande e le risposte del CERN


di Andrea Ottolenghi

In questi anni la scienza ha compiuto passi da gigante riuscendo a dare risposte a molte delle domande che la comunità scientifica si è posta, raggiungendo così uno dei quesiti esistenziali cui l’uomo non ha saputo mai dar risposta: chi ha creato l’universo conosciuto? Alcuni hanno ipotizzato che l’universo fosse il frutto di una casualità, determinata però da leggi naturali e quindi meccaniche, altri semplicemente credono sia la creazione prediletta di Dio.

Ma cosa si sa sulla nascita del cosmo? Grazie agli sforzi compiuti dalla comunità scientifica del CERN (Conseil Européen pour la Recherche Nucléa
ire), a Ginevra, oggi riusciamo a spiegare, in modo abbastanza semplice, cosa sia accaduto all’interno del processo Big Bang. C’è da dire anzitutto che il Big Bang non era più grande di un granello di sabbia e che l’universo (inteso come pianeti, stelle, gas) non si è formato in più di un secondo. In quel delimitato frangente temporale è avvenuta una delle cose più inspiegabili per la fisica moderna: all'incirca 10−37 secondi dopo l'istante iniziale, il cosmo era formato da un plasma contenente un uguale numero di particelle di materia e di anti-materia; nella teoria oggi conosciuta, queste particelle si sarebbero dovute scontrare con le rispettive particelle di anti-materia annullandosi a vicenda, ma in quel mCorsivoomento si verificò una reazione sconosciuta, chiamata bariogenesi, che portò ad una leggera sovrabbondanza di quark e di leptoni sugli anti-quark e sugli anti-leptoni. Tutto ciò, s'ipotizza, causò il predominio della materia sull’anti-materia e con esso la creazione dell’universo conosciuto.

Alcuni scienziati credenti ipotizzano, stando al processo di bariogenesi, che questa reazione sia il risultato dell’intervento divino e che, quindi, alla fin dei conti sia stato Dio a creare l’universo e con esso la vita. Anche se questo è un problema che si spera non rimanga in sospeso ancora per molto.

Infatti, verso la metà del novembre 2010, gli scienziati del CERN sono riusciti ad intrappolare una particella di anti-idrogeno per 0.172 secondi, quanto basta per esaminarla e capire se la teoria sulla nascita dell’universo possa concretizzarsi: l’obiettivo primario della ricerca, infatti, è di stabilire se questa particella di anti-idrogeno abbia gli stessi comportamenti e lo stesso livello di energia della sua rispettiva particella di materia, in modo da confermare la teoria secondo cui l’anti-materia sarebbe come il riflesso su uno specchio della materia (però con carica negativa).

Ma c’è di più: il 7 aprile 2011, nell’acceleratore di particelle Tevatron, a Batavia (Illinois), ci si è trovati davanti ad una nuova particella da noi sconosciuta. Essa potrebbe essere perfino l’attesissima “particella di Dio” (o Bosone di Higgs), che darebbe all’uomo finalmente uno schema chiaro sulla composizione della materia e anche dell’universo, ma Giovanni Punzi dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare frena: "il bosone di Higgs è un tassello che si inserisce in un puzzle che già possediamo. Questo è qualcosa che va al di là, una nuova interazione e forse una nuova forza."

Comunque sia, verso la fine del mese di aprile, all’interno del CERN è incominciato a circolare un memorandum tra la ristretta cerchia di scienziati operanti nella ricerca in cui si affermava che la scoperta del Bosone di Higgs si sarebbe verificata in breve tempo. Questo testo, nato come documento segreto e venuto a conoscenza dei media solo successivamente, è stato subito smentito dal responsabile del CERN di Ginevra James Gilles: "è davvero troppo presto per dire se c'è qualcosa di concreto o meno e che prima di parlare di bosone di Higgs occorrerà valutare con attenzione i risultati contenuti nella nota incriminata."

Certo è che una scoperta di questa portata porterebbe ad uno sconvolgimento totale del sistema fisico su cui si reggono le nostre conoscenze del mondo e dell'universo, e dunque è anche probabile che, anche se fosse confermata, il grande pubblico non ne verrebbe a conoscenza.

Tutto il mondo resta comunque in attesa di questa scoperta che ci avvicinerà di un gradino in più verso la risposta esistenziale che tutti aspettiamo: E’ stato Dio o l’esistenza dell’universo come oggi lo conosciamo è stata determinata da leggi naturali?

martedì 26 aprile 2011

La divisione delle acque ad opera di Mosè potrebbe non essere un fenomeno divino, bensì un fatto scientifico


E bene sì.. la divisione delle acque del Mar Rosso ad opera di Mosè, per portare in salvo gli Israeliti inseguiti dagli Egiziani, descritta nell'Antico Testamento, potrebbe non essere un fenomeno divino, bensì atmosferico. E' quanto affermano i ricercatori dell'Università del Colorado e del National Centre for Atmospheric Research; utilizzando una simulazione compiuterizzata, sono stati in grado di ricostruire l'evento descritto nella Bibbia, avvenuto però grazie a venti e moti ondosi particolari.

Secondo Carl Drews responsabile di questa scoperta scientifica, il fenomeno non sarebbe avvenuto nel Mar Rosso, come scritto nell'Antico Testamento, ma nel Lago Manzala, situato sul delta del Nilo, vicino il Mediterraneo.

La divisione delle acque afferma Drews, può essere spiegata attraverso modelli fluido-dinamici, il vento sposta l'acqua grazie a leggi compatibili con la fisica, dando origine così ad una lingua di terra asciutta nel centro, ed ad entrambi i lati l'acqua, che dopo un certo periodo di tempo si richiude.

Carl Drews ha passato anni a studiare questo fenomeno atmosferico ricostruendo passo per passo tutta l'area morfologica del delta del Nilo; secondo i suoi calcoli, un vento di circa 100 km/h che soffia per 12 ore da est, avrebbe potuto creare un passaggio asciutto lungo circa 3 km e largo 5 km, che sarebbe potuto rimanere aperto per ben 4 ore. Successivamente Drews ha ricostruito questo fantastico evento, grazie ad una straordinaria simulazione conpiuterizzata, che gli ha permesso di identificare la zona in cui l'incredibile avvenimento si sarebbe potuto verificare; esattamente, come avevamo detto prima, il Lago Manzala, situato in Egitto, nella regione del Delta del Nilo, precisamente tra il ramo di Damietta ad ovest ed il Canale di Suez ad est, è separato dal Mediterraneo da un cordone litoraneo; il quale è attraversato da una strada che collega Damietta a Port Said.

di Camilla Lombardozzi

venerdì 11 febbraio 2011

La Nasa mostra la prima immagine completa in 3D del Sole


La Nasa ha presentato per la prima volta immagini dell'intera superficie e dell'atmosfera solari, grazie al lavoro delle due sonde denominate Solar Terrestrial Relations Observatory (Stereo) lanciate nel 2006 in grado ora di fornire una mappatura completa del Sole. Come ricorda il quotidiano spagnolo El Mundo, le due sonde infatti ora orbitano in punti opposti del Sole: nel 2007 avevano fornito le prime immagini tridimensionali della nostra stella.

Le nuove foto serviranno a migliorare le previsioni climatiche e la pianificazione delle future missioni spaziali: gli studi si sono concentrati sulle tempeste solari (Coronal Mass Ejections, Cme) i cui effetti dovuti alle particelle ad alta energia possono non solo influenzare le comunicazioni a terra ma anche essere dannose per gli astronauti in orbita. Gli scienziati sottolineano come sia importante poter usufruire di un'immagine globale del Sole, dato che in alcune occasioni le attività solari sembrano poter interessare l'intera stella.

Fonte: notizie.tiscali.it/articoli/scienza/

martedì 1 febbraio 2011

La dieta del buon umore ? E' ricca di omega3


Il cibo può influenzare l'umore. Una dieta povera di grassi omega-3, infatti può rendere inclini a ansia e depressione. Lo rivela uno studio su cavie pubblicato sulla rivista Nature Neuroscience da Sophie Layé e Olivier Manzoni dell'Istituto di neurobiologia dell'Istituto di Neurobiologia dell'Inserm di Marsiglia.

Mentre un'altra ricerca, che ha visto coinvolti ben 12.000 volontari di età media di 37 anni, pubblicata sulla rivista PLoS One, mostra che una dieta troppo ricca di grassi trans e grassi saturi è associata a un rischio di sviluppare depressione del 48% più alto del normale. Che il cibo possa influenzare l'umore e altri tratti psicologici, nonché le funzioni cognitive, è ormai oggetto di interesse di numerosi gruppi di ricerca nel mondo.

Questi due lavori mostrano che i grassi, ben noto fattore di rischio cardiovascolare, potrebbero avere un peso anche sulla salute della psiche. Il gruppo di Manzoni ha studiato cavie nate da madri alimentate con una dieta povera di omega-3 (grassi buoni presenti nel pesce) e svezzati con la stessa dieta. Questi topolini hanno comportamenti indicativi di ansia e depressione. I topi presentavano inoltre ridotta plasticità neurale nella corteccia prefrontale e a livello del nucleus accumbens, due aree legate a disturbi dell'umore.

L'altro studio, invece, diretto da Almudena Snchez-Villegas, dell'Università di Las Palmas (Gran Canaria), mostra risultati analoghi su persone il cui stato di salute è stato monitorato per un lungo periodo di tempo. Gli studiosi spagnoli hanno trovato una stretta correlazione tra il tipo di dieta di ciascuno e il rischio depressione. Più è alto il consumo di grassi trans e saturi, maggiore è il rischio depressione. Viceversa, più è alto il consumo di olio d'oliva e grassi polinsaturi, minore è questo rischio.

Fonte: donna.tiscali.it/articoli/bellezzaesalute

martedì 18 gennaio 2011

Il pollo gm fermerà H5N1


Un pollo gm incapace di trasmettere il virus dell'influenza aviaria. A modificarlo sono stati i ricercatori dell'Università di Cambridge e di Edimburgo (Regno Unito), che mostrano i risultati del loro studio su Science. Secondo gli studiosi britannici, la creazione di un pollo immune alla trasmissione virale potrebbe aiutare a contenere il rischio di nuove epidemie tra i volatili e, indirettamente, anche nella popolazione umana.

L'influenza aviaria, di cui abbiamo spesso sentito parlare negli ultimi anni, colpisce comunemente i volatili selvatici e, occasionalmente, può interessare anche gli allevamenti di pollami. Qui, date condizioni in cui vivono gli animali (la vicinanza delle gabbie, per esempio), il patogeno può diffondersi molto velocemente.

Il pollo modificato nel Regno Unito, invece, sembra riuscire a bloccare il virus H5N1 HPAI, un sottotipo dell'agente responsabile dell'influenza aviaria particolarmente pericoloso. Per ottenere questo risultato, gli studiosi hanno inserito nel Dna dei volatili un gene che codifica per un Rna “decoy”, una molecola che agisce come un'esca: inganna il sistema di replicazione del virus, impedendone il corretto funzionamento. Come conseguenza, un pollo che viene infettato dal virus sviluppa l'influenza e muore, ma non riesce a trasmettere la malattia agli altri volatili con cui viene in contatto, siano essi transgenici o meno. L'"esca", inoltre, è pensata per funzionare contro tutti i ceppi patogeni di influenza aviaria.

“La modifica genetica che abbiamo inserito nei polli è un primo passo verso lo sviluppo di animali che siano completamente resistenti all'influenza aviaria” ha dichiarato Laurence Tiley dell'Università di Cambridge, uno degli autori: “Prevenire la trasmissione del virus aiuterebbe a ridurre l'impatto economico della malattia e il rischio per l'essere umano. Anche se, è bene ricordarlo, gli animali gm sono destinati esclusivamente alla ricerca e non al consumo alimentare”.

Fonte: www.galileonet.it/articles

martedì 11 gennaio 2011

Catturate dai satelliti le prime immagini delle baby stelle della galassia di Andromeda


Le prime immagini delle stelle che si stanno formando adesso nella galassia di Andromeda, la più vicina alla Terra, sono state catturate dai satelliti dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa) Herschel e Xmm-Newton.

Riprese nei giorni attorno a Natale, sono le prime immagini che vedono Andromeda ai raggi X e nell'infrarosso, "colorando" di rosso, arancio e giallo i dischi di materia della sua spirale. Gli stessi che nell'osservazioni ottiche appaiono di un azzurro che diventa sempre più sfumato e debole procedendo dall'interno verso l'esterno.

Nelle immagini all'infrarosso inviate a Terra dal satellite Herschel le centinaia di miliardi di stelle di Andromeda appaiono molto brillanti e, soprattutto, risultano essere molto più numerose di quanto si immaginasse. Nelle nubi di polveri fredde si trovano veri e propri incubatori di stelle in formazione, spie di un processo che potrebbe durare centinaia di milioni di anni.

Tanto è il tempo necessario prima che una stella raggiunga un'intensità tale da renderla visibile ai tradizionali telescopi. Per la prima volta, inoltre, le immagini del telescopio Herschel mostrano che le polveri della galassia sono organizzate in almeno cinque anelli concentrici.

Fonte: notizie.tiscali.it/articoli/scienza/

mercoledì 5 gennaio 2011

Sei di destra o di sinistra? Lo determinano le aree del cervello


E’ nato tutto da una battuta dell'attore britannico Colin Firth: sostenitore pentito dei Liberal Democratici, il protagonista di King's Speech aveva detto alla Bbc che al loro capo Nick Clegg "bisognerebbe scannerizzargli il cervello".

Un neuroscienziato lo ha preso in parola: ha esaminato la massa grigia di due membri del Parlamento e di 90 studenti concludendo che il cervello di chi tende ad appoggiare un partito conservatore è diverso da quello di chi invece la pensa a sinistra. Campagne elettorali, poster e dibattiti in televisione sarebbero dunque inutili a far cambiare bandiera a un individuo, in quanto le convinzioni politiche sono determinate dallo sviluppo cerebrale molto più che dalla passione, ha concluso Geraint Reese, direttore dell'Institute of Cognitive Neeuroscience dell'University College London (UCL).

Rees ha constatato una "forte correlazione" tra lo spessore di due aree di materia grigia, l'amigdala e il cingolo anteriore, e le convinzioni politiche della persona. Le "cavie", che includevano i parlamentari laburista Stephen Pound e il Tory Alan Duncan, avevano tutti decise opinioni politiche. Chi di loro la pensava più a destra aveva la amigdala maggiormente sviluppata, mentre le idee di sinistra erano legate a un cingolo anteriore più spesso. L'amigdala, un'area a mandorla nel centro del cervello, è normalmente associata a sentimenti come l'ansia e altre emozioni forti, mentre l'area del cingolo anteriore sarebbe responsabile di qualità come il coraggio, l'ottimismo e la capacità di risolvere situazioni complesse in cui i dati a disposizione contrastano gli uni con gli altri.

L'esame dei cervelli di Pound e Duncan ha confermato la tesi: lo 'scan' dell'uomo del Labour ha rivelato un cingolo anteriore più spesso di quello del Tory mentre in entrambi i parlamentari l'amigdala aveva dimensioni paragonabili. "Siamo rimasti davvero sorpresi", ha detto Rees: "E' la prova che le nostre tendenze politiche sono codificate nella struttura del cervello, oppure che c'é qualcosa nel nostro cervello che determina le nostre tendenze politiche". Resta da capire, dal momento che le cavie erano tutti adulti, se l'ispessimento delle aree 'politiche' del cervello fosse lì dalla nascita o si sia sviluppato diversamente col passare degli anni.

La ricerca, che sarà pubblicata il prossimo anno ma di cui danno notizia i media britannici, avvalora precedenti studi dell'Università di California secondo cui alcune persone sarebbero nate con un 'gene progressista', il neurotrasmettitore DRD4, che li rende più inclini ad abbracciare posizioni meno convenzionali. Altri scienziati avevano però invitato a prendere con le molle questi risultati: il quadro che ne emerge descrive infatti l'uomo-conservatore come "ottuso" e "amante della routine" mentre il suo corrispettivo progressista come "aperto" e dallo "spirito libero”.

Fonte: notizie.tiscali.it/articoli/scienza

venerdì 17 dicembre 2010

Non solo alla salute: smettere di fumare fa bene anche all'umore


Non solo è salutare per l'organismo: smettere di fumare migliora anche il benessere dell'umore. A sostenerlo è uno studio pubblicato sulla rivista Nicotine & Tobacco Research dai ricercatori della Brown University e della University of Southern California guidati da Christopher Kahler.

Dallo studio emerge che, nonostante chi ha il vizio del fumo tenda ad accendere una sigaretta ogni volta che deve 'scaricare' ansia e nervosismo, gli effetti benefici per l'umore arriverebbero invece proprio dal comportamento contrario, cioè dall'interrompere il consumo delle "bionde".

I ricercatori hanno monitorato i sintomi della depressione in 236 persone che cercavano di chiudere col vizio delle sigarette, e hanno scoperto che il momento di massima felicità si raggiungeva proprio quando riuscivano a chiudere definitivamente con le sigarette.

"L'ipotesi è che alcune persone fumano perché il fumo ha proprietà antidepressive - spiega Kahler -. Ciò che sorprende è che, nel momento in cui si misura l'umore dei fumatori, si riscontrano miglioramenti nello stato d'animo anche se sono riusciti a smettere solo per un breve periodo".

Fonte: notizie.tiscali.it/articoli/scienza

martedì 7 dicembre 2010

La ricerca è arte


Manuela Pellegrini, giovane ricercatrice di Tor Vergata e dell’AIRC con un passato negli States, ha tenuto pochi giorni fa un interessante intervento presso il Maxxi di Roma. Seguito e apprezzato dai ragazzi, il discorso della ricercatrice è stato incentrato sul parallelismo tra arte e ricerca. La dottoressa è titolare di un My First Airc Grant, conferito dall’associazione ai nuovi talenti.

D: Il ricercatore: più un lavoro o più una vocazione?
R: Diverse sono le motivazioni personali che possono spingere alla professione del ricercatore (curiosità, attitudini e interessi personali, scopi umanitari, casualità) ma in ultima analisi per tutti noi diventa una passione ed una missione.

D: Quale la molla che l’ha portata a scegliere questa vita? Se potesse tornare indietro intraprenderebbe la stessa carriera?
R: In due parole ho fatto una scelta che predilige il verbo “essere” piuttosto che quello“avere”. Come accennavo prima, ho iniziato questa carriera perche volevo studiare il comportamento degli animali in natura, solo in seguito ho scoperto l’incredibile fascino della biologia molecolare e la possibilità che si ha di utilizzarla per un bene collettivo. Se nel passato ho avuto diversi dubbi sulla carriera intrapresa, man mano che le difficoltà vengono superate sono felice di non aver abbandonato il mondo della ricerca, inoltre le scoperte fatte, le soddisfazioni personali e le persone conosciute in questi anni ripagano di gran lunga tutti i sacrifici.

D: Quali sono le differenze più profonde che lei, come donna prima e come ricercatore poi, ha riscontrato tra l’Italia e l’America? E perché è tornata in Italia?
R: Come donna di scienza non ho mai provato discriminazione durante il periodo trascorso all’NIH negli Stati Uniti ed ho sempre avuto l’impressione di essere ascoltata per contribuire con punti di vista diversi alla ricerca del laboratorio in cui lavoravo. In Italia purtroppo è un’altra storia, ancora nel mondo accademico è diffuso un certo”maschilismo” e inoltre l’organizzazione del lavoro non è tale da permetterne la conciliazione, per esempio, con la maternità. Un problema di organizzazione ed efficienza si avverte anche nel fare ricerca molto spesso per mancanza di comunicazione e condivisione delle risorse fra i vari dipartimenti. Un aspetto che a me personalmente ha fatto molto maturare quando ho lavorato all’estero è stata la possibilità di confrontarmi in modo paritetico con capi di laboratorio e dipartimento che sicuramente avevano un’esperienza molto maggiore della mia, senza che mi fosse minimamente fatta pesare la loro carica. Purtroppo questo accade molto raramente nelle Università italiane. Sono tornata perché sono cresciuta con il mito di Ulisse descritto nell’Odissea. Occorre partire per conoscere e poi usare questa conoscenza per capire se stessi (le proprie potenzialità e i propri limiti) e diventare fiduciosi del proprio operato, ma è altrettanto importante tornare, specialmente per noi italiani che sentiamo e sappiamo il valore della nostalgia (nostos-ritorno algos-algos) per un paese che al momento è da “curare” ma che con la sua storia antica e la sua cultura ci ha reso unici nel mondo. In fondo sono tornata anche con la speranza di contribuire a curare.

D: Quali sono, secondo lei, i settori di punta della ricerca di oggi?
R: Fare una distinzione tra un campo di ricerca e l’altro non è possibile. Non possiamo credere, ad esempio, che la ricerca sull’HIV possa essere più o meno importante della ricerca sul cancro o viceversa. Credo che tutta la ricerca di base debba essere supportata.

D: Parliamo dell’incontro che si è tenuto al Maxxi di Roma. Era la prima volta che parlava ad un pubblico di giovani? Più o meno emozionante rispetto al presentare uno studio ad un gruppo di addetti ai lavori?
R: Ho fatto qualche lezione a studenti universitari in passato, ma era la prima volta che parlavo con ragazzi delle scuole superiori. Non è stato un intervento di tipo tecnico ma ho parlato della mia esperienza di crescita e del lavoro del ricercatore e mi sono emozionata molto nel cercare di trasmettere la passione e le emozioni che provo per il mio lavoro. In questo senso è stata quindi un’esperienza unica che rimarrà nei miei migliori ricordi.

D: Ricerca e arte. Per quale motivo creare questo binomio? Cosa vuol dire “il ricercatore è molto simile ad un artista”?
R: Un ricercatore come un artista deve essere libero di esprimersi, devono entrambi saper vedere le cose da punti di vista diversi, devono inoltre usare le conoscenze passate per esplorare nuove dimensioni ed infine entrambi lavorano per la collettività, il ricercatore per il benessere corporeo, l’artista per quello spirituale.

D: Parliamo di ricerca, etica, bioetica e morale. Ci dovrebbero essere dei limiti? Se sì, in quale modo e momento andrebbero imposti? E da chi?
R: Io cerco di fare il mio lavoro avendo sempre davanti la versione laica del trinomio “fede, speranza e carità”. Non credo che il fine giustifichi i mezzi, occorre sempre agire con coscienza, giustizia e compassione. Almeno questo ho sempre apprezzato nelle persone che mi hanno fatto da guida.

D: Da dove partire per impiantare basi solide per il futuro della ricerca? Come migliorarne la qualità e assistere finalmente all’agognato “rientro dei cervelli”?
R: Prima di tutto occorrerebbe convincere coloro che hanno la possibilità di sostenere la ricerca che ricerca è sinonimo di futuro e gli italiani più che mai in questo periodo storico hanno bisogno di vedere un futuro. Avere più investimenti in ricerca permetterà inoltre di creare più posti di lavoro e favorire meritocraticamente il rientro dei ricercatori che si sono specializzati all’estero. Credo che questi siano i presupposti per lo stabilirsi di un feedback positivo che sicuramente porterà al miglioramento della ricerca e all’ampliamento delle nostre conoscenze.

Fonte: emagazine.torvergata.it

venerdì 3 dicembre 2010

Scoperto batterio che si nutre di arsenico


È stato scoperto un batterio «alieno» che si nutre di arsenico. Alieno non nel senso che proviene dallo spazio, ma che basa il suo metabolismo non su ossigeno, idrogeno, azoto, fosforo, carbonio e zolfo come tutti gli altri esseri viventi di questo pianeta, ma su un elemento che è velenoso per la vita nel suo complesso. Il batterio è il ceppo GFAJ-1 della famiglia Halomonadaceae della classe Gamma Proteobacteria che vive sui fondali del Mono Lake, un lago in California ai confine del Parco Yosemite, noto per le sue acque estremamente alcaline (pH 10) che contengono alte percentuali di arsenico e sali che si depositano formando affascinanti concrezioni di travertino che localmente sono chiamati tufi, anche se geologicamente non lo sono.

Il batterio è stato modificato in un laboratorio dell'Istituto di astrobiologia della Arizona State University ordinato da Felisa Wolfe-Simon, grazie a una ricerca finanziata dalla Nasa e pubblicata giovedì su Science. Ora la vita del batterio dipende completamente da un veleno come l'arsenico. L'esistenza di un simile microrganismo è la dimostrazione che la vita può esistere in forme molto diverse da quelle che conosciamo: un dato del quale non potranno non tenere conto tutti i programmi spaziali impegnati nella ricerca di esseri viventi in altri pianeti. «La grande novità è che l'arsenico è utililzzato come blocco di costruzione per un organismo», ha sottolineato il professor Ariel Anbar, co-autore dello studio. I ricercatori hanno coltivato in laboratorio alcuni batteri rinvenuti nel fango del Mono Lake con alti livelli di arsenico. Un po' per volta i biologi hanno aumentato la quantità di arsenico nel terreno di coltura dei batteri, fino a rendere i microrganismi completamente dipendenti da quell'elemento. Che i batteri siano riusciti a sopravvivere è stata una sorpresa per gli stessi ricercatori. I batteri del ceppo GFAJ-1 sono oggi l'unica forma di vita finora nota nella quale una sostanza tossica come l'arsenico sostituisce completamente il fosfato, indispensabile alle funzioni vitali di tutte le forme di vita conosciute. Il fosfato è infatti alla base delle molecole di tutte le cellule.

Fonte: www.corriere.it/scienze_e_tecnologie

martedì 23 novembre 2010

Il superbatterio New Delhi fa tremare il mondo: inefficaci gli antibiotici


E' allerta anche in Italia per il superbatterio "New Delhi", resistente alla quasi totalità degli antibiotici oggi conosciuti: due casi di contagio sono stati infatti registrati nel nostro Paese. A darne notizia è stato il direttore del dipartimento malattie infettive dell'Istituto superiore di Sanità (Iss), Giovanni Rezza, a margine della presentazione della Campagna “Antibiotici, difendi la tua difesa. Usali con cautela”. Il superbatterio, originario dell'India, è comparso anche in Europa (Regno Unito, Francia, Svezia, Olanda) e Stati Uniti. E' resistente alla maggior parte degli antibiotici e nessun nuovo antibiotico in sviluppo risulta minimamente efficace contro questo microrganismo, anche noto come NDM-1.

''La comparsa del superbatterio in Gran Bretagna - ha spiegato Rezza - è in parte anche dovuta ad un fenomeno di 'delocalizzazione' degli interventi chirurgici, per cui si effettuano in India interventi ad esempio di chirurgia estetica molto costosi in Gran Bretagna''. In Italia, ha reso noto l'esperto, ''si registrano solo un paio di casi di contagio, in persone di ritorno da viaggi all'estero, e non c'è ancora una vera diffusione del superbatterio, che può provocare polmoniti, setticemie ed infezioni''. C'è però, ha concluso Rezza, ''una situazione di allerta ed il fenomeno è costantemente monitorato''.

Nonostante l’attenzione verso questo superbatterio debba restare alta, Rezza si dice preoccupato dal fatto che si stia abbassando la guardia nei confronti di altri microrganismi resistenti: “Ci sono altri batteri che sono resistenti alle stesse classi di antibiotici di NDM-1 che circolano nel nostro Paese, ormai questo è un problema grave soprattutto per i batteri gram negativi, anche perché queste infezioni circolano in reparti come le terapie intensive, dove i pazienti sono già debilitati da altre malattie gravi”.

I mezzi per difendersi da questi superbatteri sono ormai pochi: “L'ultimo baluardo è rappresentato dalla colistina (con fortissimi effetti collaterali, ndr) - sottolinea il professore - ma nei casi in cui non funziona il problema diventa grave. C'è una mancanza di ricerca e sviluppo in questo campo, evidentemente la resa economica non è ottimale rapportata agli investimenti necessari, quindi le scoperte di nuovi farmaci segnano il passo”.

Con il nome di NDM-1 si definisce un gene in grado di "saltare" tra diversi batteri, conferendo una importante resistenza anche ai carbapenemi, classe di antibiotici considerata l'ultimo baluardo contro i microrganismi più pericolosi. In tutto il Vecchio Continente sono stati segnalati casi in 13 Paesi, ha detto Dominique Monnet del Centro Europeo di Controllo e prevenzione delle Malattie (Ecdc). “Fino ad oggi - ha evidenziato la ricercatrice - sono stati segnalati 77 casi di infezione da NDM-1 in tutta Europa -. Sono stati colpiti 13 Paesi, tra cui Francia, Italia, Germania e Spagna, e ci sono stati sette morti. Due terzi dei casi si sono verificati in Gran Bretagna e la maggior parte è associata a cure mediche o a viaggi nel subcontinente indiano, anche se una piccola parte deriva da un focolaio sviluppato nei Balcani”.

Fonte: notizie.tiscali.it/articoli/scienza/

martedì 16 novembre 2010

Airc, i tumori fanno paura ai giovani


Il cancro è una malattia che fa ancora molta paura ai giovani. Ma al di là del terrore i ragazzi hanno anche tante curiosità, vogliono capire come si forma, come ci si ammala, e come si sconfigge. E soprattutto, come si può partecipare alla battaglia. Sono queste le principali domande che gli studenti di licei e istituti tecnici di Milano hanno rivolto agli esperti nella Giornata per la ricerca sul cancro organizzata dall'Airc a Milano, presso il Campus Ifom-Ieo.

Domande che venivano da giovani non ancora diciottenni, ma che già avevano la profondità e la maturità degli adulti: qualcuno ha chiesto delle cause della malattia, della sua ereditarietà, di come si fa a guarire. Qualcun altro voleva approfondire il lavoro del ricercatore, il come si propongono le idee per le sperimentazioni e il come si ottengono i finanziamenti. Altri ancora, infine, erano già forse proiettati in un futuro da scienziato: hanno chiesto agli esperti se alcune idee erano già state provate, se una certa via di cura era già stata tentata.

Tanta paura dei tumori ma anche tanta voglia di capirli e di vederli un giorno sconfitti. Molti hanno chiesto «quante persone sono realmente guarite da un tumore», e se la guarigione si può dire davvero definitiva. «Assolutamente sì - ha risposto Marco Foiani, ricercatore Ifom - e uno dei traguardi oggi è cronicizzare la malattia. Ad esempio nel diabete prima si moriva; oggi grazie all'insulina si controlla la malattia. Questo obiettivo è raggiungibile anche con il tumore: ma l'obiettivo a lungo termine è certamente sconfiggere del tutto la malattia».

Qualche studente ha chiesto se esiste un legame tra psiche e tumori («difficilissimo da dire», rispondono gli esperti), uno in particolare ha proposto, invece di uccidere le cellule del cancro, di provare a farle tornare normali. E in effetti è proprio quello che è stato fatto in passato con un certo tipo di leucemia, spiega uno scienziato, anche se oggi l'approccio più promettente è quello di colpire tutto l'ambiente che sta intorno al tumore, per tagliarli i 'viverì e farlo morire. Qualche ragazzo, infine, forse immaginando un giorno di lavorare nella scienza, chiede se davvero i cervelli italiani sono in fuga, e come si fa a farli tornare in Italia. «Con l'eccellenza dei nostri centri - ha risposto sicura Tiziana Bonaldi dell'Istituto europeo di oncologia, tornata lei stessa in Italia dopo diverse esperienze all'estero -. E rendendo l'Italia un posto in cui sia gli italiani all'estero che gli stranieri vogliano venire a fare ricerca. Bisogna imparare a scommettere sui giovani - ha concluso - perchè è una scommessa che poi tante volte paga».

La guerra al cancro è una vera e propria partita a scacchi: a ogni mossa dei ricercatori il tumore risponde con una nuova strategia per 'sfuggirè alla cura; e a questo gli scienziati reagiscono con una contro-mossa sempre più forte. Oggi lo scacco matto al cancro sembra un po' più vicino: la mossa vincente potrebbe essere quella di colpire l'ambiente in cui il tumore si sviluppa, togliendogli tutto ciò che usa per sopravvivere. E a portare la ricerca avanti proprio in questo campo è Paolo Ghia, dell'Università San Raffaele di Milano: il suo è uno dei cinque progetti finanziati dall'Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc), grazie ai fondi del 5 per mille. «L'ipotesi di colpire il micro-ambiente - spiega l'esperto - è nata per i tumori del sangue, ma ormai è la nuova frontiera per tutti i tipi di cancro, compresi quelli solidi. Sembrava un'idea di nicchia, ma ora non lo è più».

Alcune cure, come quelle che bloccano i vasi sanguigni che nutrono il tumore, colpiscono solo un aspetto della malattia; l'approccio del micro-ambiente, invece, è più concertato: si mettono in campo diverse armi, e si colpisce il tumore contemporaneamente da più parti. «Il nostro obiettivo - continua Ghia - è cercare di chiarire le componenti che aiutano a far crescere il tumore, per poi poterle interrompere. Questo perchè purtroppo basta anche una sola cellula del tumore, nascosta e protetta dal suo ambiente, perchè la malattia ritorni»

Un ricercatore è molto simile a un artista, a dispetto dei luoghi comuni che vogliono scienza e arte come due mondi separati. Lo ha affermato l'oncologo Umberto Veronesi durante uno degli incontri tra i ricercatori e il pubblico organizzato dall'Airc in occasione della giornata per la ricerca sul cancro, che a Roma si è tenuto nella sede del museo Maxxi. «Scienza e arte hanno molte cose in comune - ha spiegato l'oncologo - in entrambi i campi servono fantasia e creatività. Inoltre molte arti, come la musica, sono in realtà basate sulla matematica e la geometria».

In tutti gli incontri di quest'anno gli esperti di tumori sono affiancati da un artista, e nel caso di Roma era presente i maestro Michelangelo Pistoletto, anche lui convinto della possibile coesistenza dei due mondi: «L'arte partendo dalla persona può arrivare alla società - ha spiegato Pistoletto - e io sono convinto che sia il momento di fare come nel Rinascimento, quando l'arte e le scienze si sono unite per guarire le malattie della società». All'incontro hanno partecipato circa 150 ragazzi delle scuole superiori, particolarmente attenti anche durante l'intervento di Manuela Pellegrini, giovane ricercatrice dell'università Tor Vergata di Roma appena tornata dagli Usa che ha cercato di raccontare la bellezza e i sacrifici del suo lavoro: «In Italia ci sono difficoltà a più livelli - ha spiegato - soprattutto perchè i finanziamenti non sono sufficienti e non ci sono posti per i giovani ricercatori che abbiano una durata tale da garantire lo svolgimento dei progetti. Tuttavia vale la pena di impegnarsi, soprattutto per dare una speranza ai malati e ai loro familiari».

«I centri abbronzanti sono delle vere e proprie fabbriche di tumori». Ne è convinto il professor Pier Luigi Lollini, che ha introdotto a Bologna il dibattito organizzato dall'Airc per la giornata di ricerca sul cancro. Lollini ha insistito sulla prevenzione, «che permetterebbe, ed è questo l'obiettivo, di eliminare il 50% dei tumori», ricordando che, tra i fattori più cancerogeni ci sono appunto i raggi ultravioletti. Questi, oltre che dal sole, vengono irradiati proprio dalle lampade per l'abbronzatura. Responsabile di un terzo dei tumori, ha ricordato Lollini, è però il fumo. «In Italia ci sono stati 80 mila morti quest'anno per cause legate ad esso, metà delle quali di cancro». Per fare un paragone, sommando i decessi 'accidentalì, come omicidi, suicidi o incidenti stradali, si arriva a circa 30 mila morti, ha detto il docente dell'università di Bologna. Più ridotto, invece, il fattore inquinamento, responsabile solo dell'1% delle malattie.

«Non è vero che vivere in città aumenta il rischio», per il professore. L'alcol causa poi il 4% dei tumori, l'obesità il 3%, la scarsa attività fisica il 2%. Alle nuove frontiere della ricerca, in particolare a due progetti portati avanti dall'associazione grazie ai fondi del cinque per mille, è stato dedicato il dibattito. «La prima novità - ha spiegato il professor Stefano Pileri, anche lui dell'ateneo bolognese - è nello sviluppo di nuove terapie mirate. Cioè passare da protocolli rigidi, applicati a tutti i pazienti, a studiare delle cure sempre più personalizzate».

Fonte: il messaggero.it